Una ragazza speciale

Una ragazza speciale

7 Gennaio 2019 0 Di Feliciano Banotti

Il presente libretto è gratuito per i lettori .

Consiglio di non comprarlo sotto editrice l’ORTICA perchè ha continuato a venderlo malgrado il contratto fosse scaduto nel 2011.

Ha utilizzato le librerie truffaldine compreso AMAZON , che non vuole toglierlo dalla vendita malgrado la diffida.

                                    una ragazza speciale

                 e atti e scritti vari relativi alla attività

 

       Tra le molte cose che vorrei dire scelgo di partire dall’inizio, dalla mia infanzia dai perchè del mio modo d’essere…io credo che il come ci si muove nell’esistenza conti moltissimo. <Qual è la componente della nostra persona che ci spinge a valorizzarci nelle relazioni? Per me è la Sessualità, quel patrimonio corporeo che non ci riduce al solo atto genitale ma ci consente di creare situazioni: la principale è quella affettiva, la seconda deriva dal desiderio di amore, di   allegria, di reciprocità che è completezza… felicità. Curiosità nel veder vivere gli altri.   La Sessualità è appunto questa tensione… la carica che ci dilata in ogni atto, ci avvolge e dà il ritmo alla nostra vita, una forma di potenza che ci fa ideare comportamenti e gesti personali. E’ l’Estetica del presente.

La Sessualità fissa nella nostra mente la positività che ci rigenera aprendo orizzonti impensati.   Questo timone interno mi ha guidato fuori dai ruoli (termine che nasconde tra le sue pieghe pregiudizi menomazioni e sofferenze) ma anche dall’identificazione con la virilità facendomi risolvere attimo per attimo tutto il mistero dei divieti.

 

Quando nel 1967 ho fondato il gruppo FEMMINISTE IN RIVOLTA ho constatato negli incontri con donne diverse che chi non protegge il proprio Corpo (che condensa tutto il nostro progetto di vita) subisce un abbassamento della tensione personale ed accumula indebolimenti passività confusioni: uno schiacciamento delle possibilità espressive molto simile a quello subito dagli uomini.

Se non avessi accumulato tanta chiarezza fin dall’infanzia vivendo secondo attitudini sessuali non avrei avuto la capacità di coinvolgere tante donne intorno alla ideazione del Femminismo. Quando nel 1967 ho convinto alcune amiche a formulare un nostro pensiero sull’esistenza avevo già affrontato da sola un tema allora censurato: l’aborto e la libertà femminile di fronte a gravidanze subite o involontarie.

Intitolai la mia pubblicazione “la sfida femminile – maternità ed aborto” ( De Donato editore Bari 1971). Il mio profilo mentale lo condensai nella frase che divenne la chiave con cui Rivolta Femminile entrò nella storia moderna: avevo scritto “la donna è il soggetto libero nella storia della schiavitù umana, mentre l’uomo rappresenta la memoria organizzata della schiavitù stessa”.

 

Un pensiero che avevo coltivato inconsciamente vivendomi in modo indipendente e che si profila in modo evidente nell’analisi storica del mio libro. Soppiantando tutte le teorie accademiche misi in evidenza che gli uomini, allontanandosi dall’intreccio straordinario con le donne ed attribuendo valore soltanto ai loro conflitti avevano menomato le proprie percezioni inquinando la realtà attraverso rapimenti e stupri (fatti così appariscenti nei nostri miti storici).   La sessualità era stata ridotta ad un processo eiaculatorio da stupro (tendenza ancora attuale nella prostituzione, operazione che nega la donna brutalizzandola con il denaro) ciò che ha reso gli uomini distruttivi, privi di articolazioni affettive e perciò disponibili soltanto al delitto.   Il “distacco” dal Femminile ha influenzato religioni arte e politica. Una forma di atrocità che provocò quello sconquasso della psiche così leggibile nei miti e nei simboli, cui quasi tutti si sono assuefatti perché diventata metodo. Pensate al segno della Croce, un gesto quasi istintivo per i cristiani: si recita “nel nome del padre del figlio e dello spirito santi” cancellando la madre. E così l’umanità entra nella storia del mondo senza la donna e senza la nascita, clamorosa alterazione del senso delle nostre origini che si propaga in tutte le vicende umane ! Per non parlare dell’islamismo che fa agire comportamenti terrificanti che alcuni secoli fa erano prassi anche in Occidente.

 

Il legame magico dell’accoppiamento dovrebbe invece essere una continua tessitura, un intreccio profondo tra donne e uomini, una miniera da cui trarre tesori sconosciuti che dovrebbero alimentarci in ogni istante, come quando siamo innamorati. Purtroppo la sedimentazione della rimozione degli autentici significati femminili dalla psiche maschile, fraintendimenti esasperati dalle ideologie hanno spinto persino le donne reali fuori dalle dinamiche del pensiero, della elaborazione dei fatti sociali e politici, annullando di fatto la sostanza unificante della reciprocità. Ecco perché la mia dimensione femminile nasce dalla mia istintiva capacità di sottrarmi non solo alla “presa” degli uomini in generale ma soprattutto dalla costante abilità di oppormi all’influenza delle categorie filosofiche e di tutte le metafore pericolose della maschilità propagate in scuole ed università.   So di aver lottato per evitare che qualcuno occupasse abusivamente i miei spazi fisici e psichici e così facendo mi sono liberata anche dai conformismi e soprattutto dall’abbraccio mortale della mitologia, comprese le favole politiche. Così, in un modo semplice, elementare, ho dissolto tutte le logiche del dominio.   Giorno dopo giorno ho rafforzato la tendenza ad affermare il mio sentire, i miei pensieri i miei dubbi, gli interrogativi che si sono concatenati nella mia psiche rendendomi una donna speciale.

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Sono nata tra il 1932 ed il 1952 seconda dopo un fratello con altre due sorelle e due fratelli. La terza era una sorella silenziosa, ma aveva attitudini delicate e molto equilibrate, preziose alla sua sopravvivenza che si svolgeva tra impercettibili ed evidenti conflitti tra me e mio fratello. Quello in cui siamo cresciuti è un mondo ormai distante articolato sui principi assoluti del virilismo. Crescevo infatti schermata da una madre molto intelligente, imperiosa, elegante e raffinata, ma notavo che rafforzava la primogenitura di mio fratello assegnandogli una misteriosa prospettiva di privilegio. (Con il passare degli anni ho capito che il privilegio è un capestro che ti spersonalizza, sollecita visioni alterate dell’esistenza).

 

Quella operazione deformante proseguiva poi attraverso insegnanti che, divulgando discipline scolastiche assurde, rinforzavano o forse paralizzavano in un modo o in un altro ragazze e ragazzi. Alunne ed alunni venivano plagiate/i da narrazioni e interpretazioni favolistiche su una presunta storia del mondo classificata come “universale” ma popolata esclusivamente da figure maschili: una forma di elefantiasi che è deformazione.   L’oscuramento delle donne, scomparse dalla rivisitazione della esperienza umana – creava visioni stravolte accelerando sempre più degli squilibri nelle varie forme di comportamento. Tutti educati ad avere una coscienza alterata.   Ci imbottivano di elementi provenienti da guerre catastrofiche, da miti religiosi e laici   inquadrati su fratelli assassini (Caino ed Abele, Romolo e Remo, Edipo) le cui ragioni erano per me incomprensibili. In quello scenario la nostra immaginazione veniva imbottita con visioni problematiche che allenavano alcuni all’aggressività, mentre spingevano altri ad assumere posizioni autoritarie per suggestione.

 

Sarebbe interessante interrogare oggi bambine e bambini sui processi di identificazione con le migliaia di figure retoricamente idealizzate nelle favole e nell’educazione scolastica. Le bambine vengono sospinte verso il nulla che è rinuncia a qualsiasi senso: cioè private di prospettive. Le poche donne nominate lo sono in tono spregiativo, caratterizzate come figure subdole e pericolose. Agrippina Poppea Circe Medea Penelope. La più insultante resta la lupa capitolina che nel mito sostituisce la donna con un matricidio simbolico che scompensa la psiche infantile:   sollecitavano il nostro adattamento ad incamerare mostri… Possibile che nessuno si interroghi sulle ripercussioni che lo stile familiare, scolastico e sociale produce su bambine psicologicamente disarmate?

 

Quanto a me, per fortuna, io notavo che niente coincideva con la mia fisicità esplosiva. La mia vita sociale era certo sovrastata da gigantografie inaccettabili ma io mi concentravo sulle mie sensazioni ed elaboravo dubbi e rifiuti e mi elettrizzavo alle trasformazioni del corpo la cui potenza fisiologica veniva formando la mia intelligenza: Proteggevo le mie emozioni che si intrecciavano fornendomi energie indispensabili per non essere neutralizzata come lo erano le tante ragazze che ho conosciuto.

Vivevo stimoli potenti che sviluppavano il fisico ma anche le percezioni, ma avvertivo che non avrei potuto renderli espliciti:   su quelli tutti intorno a me manteneva un silenzio di piombo. Il mio era un presente sotterraneo ma vitale e pieno di attese. Rifiutavo i messaggi subliminali che sollecitavano la sottomissione, quelle dinamiche proposte attraverso l’insegnamento della omofilia che comprimeva noi ragazze per far posto ad un maschio malato e tirannico. Ma voglio dire anche dell’intontimento che permea tanti bambini ed adolescenti maschi, causato dal potente diaframma tra realtà e stravolgimento invasivo della mitomania?   Quello è un allenamento tuttora vigente che sterilizza la Sessualità e prepara all’indifferenza verso i significati della fisicità individuale, sia femminile che maschile.

Mia madre per esempio mi inviava segnali intimidatori e cercava di frenare ogni mio dissenso… non mi illuminava sulle trasformazioni del corpo tanto è vero che ebbi le mestruazioni senza sapere che cosa fossero proprio il giorno degli esami di terza media.   Benchè fosse una donna orgogliosa e selettiva non sostenne mai la mia ricerca di autonomia. Mi teneva a bada mentre io mi candidavo come impermeabile alle regole fissate e volevo intervenire sui fatti che succedevano con tutta l’intensità possibile. Quindi, nessuno mi vedeva in modo originale.

Se ripenso alla mia infanzia rilevo che avevo una mia psicologia segreta e mi sono battuta bizzarramente per non essere incanalata. Notavo che nessuno sospettava che avessi la capacità di scoprire le maschere sociali, i sotterfugi, le attrazioni tra adulti, i loro contrasti.   Ricordo che all’età di due anni uscii dal cortile della villa per raggiungere una signora vicina di casa, Sebené, molto allegra che mi faceva cantare e ballare. E quando mi recuperarono e fui sculacciata da mia madre le dissi “tu non sei mia mamma”!   In questa dichiarazione sintetizzavo già una grande intuizione: la mia alterità era già distinta.

Crescendo intuivo nitidamente che nella famiglia non ci si vive interamente. Credo che ciò che si riceve dai genitori non sia né la situazione economica né l’educazione; la cosa principale è il loro stato d’animo, la loro essenza il loro eludere i nostri tentativi, il loro interrompere il cambiamento perché tutto fili liscio, tanto che quando succede altro vengono colti di sorpresa. Ed è proprio nell’adolescenza che mi sono convinta che non si cresca nell’area di difesa del clan familiare ma sulla dimensione degli stimoli individuali. Stimoli che vengono mal orientati.   Io captavo – nel confronto con la protezione spinta attribuita a mio fratello – tutto quello che c’era nell’aria al di là di ciò che gli adulti mi imponevano.

Con il passaggio alle scuole superiori percepii un’atmosfera ancora più artificiale che impediva a chiunque di porsi di fronte alle situazioni con la propria sensibilità. Mi sentivo sovrastata con indicazioni estranee che non coincidevano mai con la vicende della vita che si diramava intorno a me; capivo che cercavano di appannare la fiducia in me stessa, che mi imponevano l’accettazione assoluta di ciò che la narrazione aveva confusamente ed arbitrariamente accumulato nei secoli.   Era un addestramento all’inganno ed alla rinuncia, operazione che negava totalmente il vissuto individuale. Si diventava “fantasmi”.

 

 

COSI’ HO TROVATO TUTTO CIO’ CHE MI INTERESSAVA ANDANDO AVANTI A MODO MIO. Questa la mia evoluzione segreta che aprì una serie di problemi tra me e gli uomini, soprattutto con mio fratello che si ispirava alla cultura ed alla saggezza ma era privo di risorse personali; era anaffettivo o lo era diventato a causa della sua sopraelevazione fantomatica.   Certo egli aveva l’illusione di contare più di me e precisava continuamente “noi uomini abbiamo avuto Michelangelo, Dante Bach e voi donne chi avete?” E si infatuava della mitografia! Naturalmente il progetto dei genitori prevedeva la laurea per i maschi e diplomi per le noi femmine lezioni di piano e l’ apprendimento dell’artigianato. Questa discriminante mi ha consentito di misurare di persona che significa farsi sovrastare ed impregnare dalle discipline cosiddette “umanitarie”: quelle categorie, quelle metafore irrigidiscono tanto che non rimangono spazi psichici per aprirsi ad altri significati.

Priva di quei paraventi mentali, io pensavo a parlare con le persone a capire quello che mi succedeva…volevo confrontarmi con la vita. Ero piena di attese di curiosità e di attrazioni;   mettevo in primo piano le emozioni ed i desideri, insomma volevo tirar fuori me, misurarmi. E da questo filo, tirato, ho srotolato il gomitolo ed ho visto allentarsi tutta la matassa delle manie maschili: ed è venuto fuori tutto ciò che per me aveva un senso. Quel dinamismo allargava ogni giorno la frattura con gli uomini, perchè se sovrapponi alla ricerca della felicità la conquista di primogeniture sociali – attraverso professioni e ricchezze – ti perdi per strada.

Data la famiglia numerosa, io iniziai a lavorare a sedici anni. Nel 1959, a   venti vinsi un concorso come segretaria dal Consolato Generale d’Italia in Asmara fornendo un sostanzioso sostegno finanziario ai miei genitori.   Lavorando ho potuto tracciare anche il mio percorso sociale,studiando e lavorando. Mi iscrissi alla Facoltà di giurisprudenza impadronendomi di fatto del servizio legale del Consolato.

Tuttavia non riconoscevo i profili discriminanti sottesi alle teorie giuridiche e perciò ne modificai quasi totalmente la sostanza impegnando il servizio legale nella soluzione dei problemi di tutti   coloro che cercavano soluzioni ai problemi causati dall’ultima guerra mondiale 1938-45.   Mi dedicai a trovare una soluzione giuridica per tutti i figli considerati illegittimi perché nati da madri etiopiche e padri italiani   (giunti in Etiopia quali colonizzatori). Di questo fatto sono molto orgogliosa perché aprii una strada umana e sociale all’attribuzione del cognome a bambini squalificati da quella presunta grande civiltà occidentale che impediva il riconoscimento dei propri figli comunque nati. Ho adottato l’istituto dell’affiliazione in tempi remoti e cioè nel 1960. Ricordo che le Procure della Repubblica replicavano ratificando il rifiuto all’accoglimento dei decreti consolari che emanavo posto dagli Uffici di Stato Civile in Italia. Ma dopo una mialungs dissertazione dichiararono la validità di tale percorso.   Ho voluto ricordare questo episodio per confermare la concretezza delle mie scelte che traevano senso dalla realtà. Infatti in Etiopia quando un bimbo nasce sia nella famiglia legittima che nell’accoppiamento naturale nessuno può negare la qualità della nascita da quella specifica madre e da quello specifico padre, anche se coniugati con altri. Ed il neonato è accolto con assoluta normalità dalle due famiglie come sorella o fratello. Quindi avevo adottato una strategia che solo oggi è stata accolta anche in Italia e sancita nei codici civili.

Racconto questo episodio appartenente alla mia vita in Etiopia per confermare la mia attenzione alla ricchezza degli eventi del tempo presente, i quali mutano il senso dell’esistenza, tutta codificata al passato. Ed è ciò che ho portato tra le donne del Femminismo.   Quando giunsi in Italia mi apparve ancora più evidente che chi si affida alle forze organizzate è uno che non vuole riconoscere l’esistenza dell’individualità, cioè la capacità per ognuno di noi di aprirsi dei varchi verso la vita presente misurando così la propria completezza. La mia forza era rappresentata dalla sedimentazione costante dell’audacia dell’istinto che mi ha sempre sostenuta, rafforzandomi ancor prima dell’incontro con altre donne da me sospinte ad affermare i propri pensieri.

La mia sensualità era molto attiva e affascinava gli uomini, ma tutti quelli che ho incontrato si esprimevano in modo fastidioso, erano attratti ma al tempo stesso infastiditi dalla mia autonomia psichica e non sapevano assaporare la mia novità. Del resto io non li assecondavo affatto ed essi si impaurivano e mi trattavano con le stesse cautele che si hanno di fronte alle allucinazioni!   Perciò abbandonai l’idea di cercare a tutti i costi un’intesa. Mi alimentavo dei processi del desiderio e dell’orgasmo che riconoscevo sempre più come la mia preminente forma di costruzione, di evoluzione nelle relazioni con l’uomo. Considero infatti l’orgasmo il più alto sentimento umano, uno speciale calore, anzi una luce che dà inizio ad espressioni raffinate. Lo considero un atto di esistenza che ti riempie dalla testa ai piedi facendoti sentire leggera ma solida.

Ho infatti avuto la fortuna di aver scelto il primo contatto con un uomo capace di farmi superare le riserve sul modo grigio, pretestuoso di agire degli uomini.   Quest’uomo (che chiamerò Ubaldo) mi ha trasportato dall’autoerotismo adolescenziale all’incontro con un corpo maschile caloroso; un uomo al quale vibrava sensualmente persino la voce quando mi parlava, guardandomi interrogativo. Siccome a quell’epoca si era minorenni fino ai ventuno anno,   Ubaldo – sposato e già padre – mi avvolse con interesse non solo per il mio corpo (mediante tante carezze e baci) ma soprattutto per la mia personalità trasportandomi verso emozioni sconfinate. Non ci fu penetrazione per molto tempo. Egli era un uomo che amava il Femminile che esaltava con la sua dedizione alle mie caratteristiche: mi innamorai. Il nostro spazio erotico clandestino si trasformò in un’atmosfera avvolgente, ma credo che il nostro linguaggio pubblico fatto di percezioni e di intese segrete probabilmente non saranno sfuggite ad un attento osservatore.

Quella esperienza ha rappresentato il mio vero autentico “splendore espressivo”,   la base da cui sono partita per affermare il mio patrimonio fisico; ecco perché ho potuto rilevare compiutamente tutte le carenze che qualificano la presunta supremazia culturale del Virilismo. Alla partenza di Ubaldo incontrai altri uomini e mi accorsi tempestivamente che essi esaurivano l’incontro con un’eiaculazione sgangherata, di cui forse si vergognavano, tanto che si ributtavano in un lampo nella banalità delle cose.   Era evidente che costoro erano esseri già devastati profondamente, già deteriorati nelle emozioni, svuotati di Sessualità.   Rilevavo che non sapevano assaporare i dinamismi dell’accoppiamento e percepivo anche il loro progetto di “presa” su di me mentre notavo che si esibivano con presunzione al mio fianco orgogliosi di schermarmi (cioè la conquista)! Infatti quel loro modo di atteggiarsi mi frenava, impediva di esprimermi tanto che non provavo neppure l’orgasmo: mi sentivo sempre a disagio.   Perciò istintivamente ho iniziato a rifiutare quei legami, scatenando risentimenti.

Io cercavo il riconoscimento sessuale non quello sociale, la bellezza dell’intesa orgasmica che ti fa vivere per la strada nel lavoro e nelle relazioni valorizzando ogni situazione. Perciò confrontavo ogni attrazione con i percorsi precedenti, con la sensibilità che porta il partner ad avvilupparsi non solo con il corpo femminile ma anche con i dinamismi fisiologici che qualificano l’orgasmo femminile.   Pochi uomini, anzi pochissimi si lasciano influenzare dai processi e dai segnali impliciti nel corpo: perciò se nell’incontro non realizzavo la completezza dell’orgasmo io mi sentivo pronta ad allontanarmi tempestivamente.   Non lasciavo alternative e mi dirigevo verso chi sembrava più ricco di espressività, di quell’ euforia preziosa in sintonia con sé e con me.

Gli uomini che ho squalificato con l’abbandono mi hanno molto contrastato; uno di loro ha tentano di uccidermi tagliandomi la strada con l’automobile. Ma io ero ferrea nella decisione, non cedevo né alle pressioni familiari di fronte allo scandalo, né di fronte alle ritorsioni o ai pettegolezzi. Un giorno pubblicherò le lettere che mi hanno scritto gli uomini. Parlano di sé autocelebrandosi senza capire niente, veri eredi di epigoni come Catullo Paul Valery Cesare Pavese e di molti altri poeti prepotenti o maledetti.   Chi ha detto che la poesia è arte sublime?

 

Giunta in Italia ebbi una relazione con un uomo sposato e prolifico (aveva già otto figli) e rimasi subito incinta. Quell’incontro non è stato significativo e perciò non desideravo neppure la maternità. Decisi di abortire e siccome era una decisione vietata dal codice penale lo feci clandestinamente. Mi recai in Via di San Basilio nello studio di un medico e fu una esperienza terrificante, un interventi chirurgico senza anestesia. Decisi allora di parlarne con le prime amiche incontrate a Roma: tutte ne parlavano in privata sede e mi pregavano di non riferire il fatto a nessun altro. Allora decisi di fermare le donne per strada e parlando prima di me e della mia vicenda mi fu facile intervistarle, scrivendo in un taccuino le loro storie. Sapevo stenografare e fu un lavoro rispettoso delle parole dette, delle interpretazioni su maternità ed aborto.       Era il 1967 e raccolsi più di cento storie che compongono la preziosità storica della mia pubblicazione intitolata “La sfida femminile” editore De Donato 1972.   Il libro comprende una indagine storica sui divieti codificati contro il mondo femminile e contenuti nei primi manoscritti maschili.   La ricostruzione di quelle prevaricazioni comprendeva anche una lettura della storia demografica con la quale evidenziavo la scarsa presenza di donne in diverse aree geografiche, la cui longevità era compromessa da matrimoni precoci, da parti mal gestiti, da emorragie, da sepsi ed aborti provocati in modo tragico. La mia impostazione contro il divieto d’aborto era complicata dal fatto che esisteva un vuoto sostanziale sull’argomento. Un tabu. Io aprii coraggiosamente la porta a tutte le donne (considerate in fondo come “clandestine persino nella propria fisiologia”) illuminando un territorio sepolto dalla arroganza di uomini ipocriti, i mariti, gli amanti, i fidanzati, i padri e le madri per i quali una gravidanza non legittimata dal matrimonio era una infamia. Per non parlare di medici, religiosi, magistrati i quali potevano arrestare ed arrestavano le donne; tutti veri professionisti del delitto.

Il libro sul quale lavorai per due anni era già pronto nel i969, ma era difficile trovare un editore. Quando presi contatto con Giangiacomo Feltrinelli egli si dichiarò interessato ma dopo qualche tempo mi scrisse che la casa editrice si garantiva il diritto di intervenire su tutto il testo compreso il suo profilo. Rifiutai ed allora   Carla Lonzi (che stava pubblicando “Autoritratto” mi suggerì di contattare la casa editrice De Donato, la quale non si sarebbe opposta al mio orientamento. E così fu. Ma gli scioperi svoltisi a partire dal 1968 in poi determinarono un ulteriore ritardo di più di un anno nella sua pubblicazione.

“Rivolta Femminile” ha origine dal varco aperto con questa mia ricerca. Leggo su Google che il movimento sarebbe nato a Milano. Falso. Anche perché ne parlano persone che intendono appropriarsi dei nostri significati e della nostra vitalità. Senza i presupposti appena accennati in questo racconto ma molto più articolati ci sarebbe qualcosa d’altro ma non il dinamismo espresso dalle donne che si hanno partecipato a quelle riunioni.

Carla Lonzi, tornata a Milano ove viveva stabilmente, organizzò alcune riunioni e successivamente arricchì il quadro di Rivolta Femminile senza mai prescindere dal Manifesto con il quale qui a Roma avevano preparato il terreno del Femminismo.   Io conservo ancora le bozze corrette e diversi appunti di alcune partecipanti.

Le donne della Libreria di Milano si rassegnino. Rivolta Femminile è sorta a Roma per mia iniziativa. Ed infatti la sostanza della mia esistenza è quello di creare nuove forme di circolazione erotica, recuperare il desiderio e la sintonia con l’esperienza fisica e non teorizzare “la differenza” come astrazione ideologica. Ancor oggi mi chiedo perché le donne di sinistra cerchino di sradicare Rivolta Femminile dalle sue origini a Roma per poter negando la mia funzione ideatrice.

Può sembrare incomprensibile ma in quell’anno anche il Partito Comunista tentò di squalificarmi. Informato delle mie iniziative approfittò della pubblicazione del libro “La sfida Femminile” per squalificarmi. Con sorprendente tempestività L’Unità pubblicò un editoriale della Dott.ssa Laura Conti , Ginecologa, la quale dichiarò che quelle interviste erano totalmente false,   inventate da me di sana pianta. Irrise tutto il valore della ricerca affermando che il suo profilo artefatto derivava da una mentalità “borghese”! La mia.

 

 

Alle giovanissime donne di oggi voglio ricordare che la ospedalizzazione dell’aborto è una conquista fatta nel 1970.   In quegli anni gli uomini erano coalizzati (come sempre) in partiti supponenti ed ottusi; spadroneggiavano   escludendo il Femminile ed accorpando esclusivamente donne svuotate di senso proprio. Ma Identificazione e Parità rappresentano un appiattimento statico di noi donne entro le categorie riduttive e catastrofiche della maschilità e perciò condensano un grave insulto. Non dobbiamo perdonare agli uomini di aver sedimentato violenze e silenzi durati per secoli, e non solo sull’aborto ma anche su stupro prostituzione e ricatti vari.   Potete voi oggi immaginare quanta sofferenza sia stata imposta a tutte? Quando sento qualcuna affermare “non sono femminista” mi viene una grande rabbia! Quella sciocca affermazione esalta soltanto un passato criminoso.   Voglio ricordarvi che – negli anni appena trascorsi – una delle massime declamate dal Partito Comunista era la seguente “noi ci occuperemo dei problemi femminili dopo la conquista del potere da parte del proletariato operaio”: le militanti stesse erano spinte a comporre una massa indistinta, vuota di senso.

Nel frattempo   “compagni ed amici cattolici” mettevano incinte mogli e compagne sottoposte ad aborti clandestini, vere torture, mentre loro si voltavano dall’altra parte per non essere coinvolti.   Fu un grave donnicidio di cui gli uomini non hanno mai fatto ammenda. Purtroppo, sacerdotessa di quegli uomini squallidi era una donna, Rosa Luxemburg (1870-1919) la quale nei suoi discorsi intimava alle operaie il silenzio. Dichiarava nei suoi comizi “so che voi volete parlarmi dei problemi della famiglia del doppio lavoro, dei figli, ma adesso non è il momento, dobbiamo pensare all’Internazionale, alla rivoluzione”.

Ricordo che quando giunsi in Italia nel 1964 fui invitata ad un congresso socialista dal Deputato Giuseppe Di Vagno, conosciuto in una cena   durante la quale egli rimase sorpreso dalla mia lucidità, dalla determinazione con cui smontavo le analisi degli uomini presenti.   Mi recai quindi al Convegno dedicato alla “condizione Femminile”. Non conoscevo nessuno ma non mi sentivo affatto imbarazzata. Sul palco erano schierati diversi uomini e la relazione fu svolta dall’on.le Antonio Giolitti, un uomo alto, scheletrico e noioso   Al termine del suo prolisso intervento io mi diressi sotto il palco chiedendo la parola. Mi fecero salire ed al microfono dissi ”Io vengo dall’Etiopia, credevo che in Italia le donne fossero molto affermate ed invece sono sorpresa del fatto che di questo argomento ne parlino solo gli uomini…come mai voi donne non prendete la parola?” Feci anche altre considerazioni sul divario visibile tra donne e uomini ed un applauso prolungato mi sorprese. Scesi dal palco ed una donna dai capelli bianchi che sedeva in prima fila ed sul bavero esibiva una medaglia: corse ad abbracciarmi dicendo ad alta voce “e pensare che noi siamo andati in Africa pensando di liberarvi ed invece eccoti qui a liberarci”.   (voglio fare un inciso, il giorno dopo l’Avanti quotidiano socialista nell’articolo riferito al convegno scrisse che una giovane donna venuta dall’Africa aveva avanzato critiche sul costume” Capite? Consideravano semplicemente “costume” quella strofia della parola, quella mutilazione della psiche! )

Quella sera, accanto alla donna che mi fu presentata come una delle più vecchie militanti del partito, operaia ma molto significativa nella storia del socialismo era seduta Carla Pesciatini, una insegnante fiorentina bellissima e vivace con una lunga traccia.   Chiacchierammo a lungo e lei mi invitò il giorno successivo a casa sua per presentarmi delle amiche. Incontrai per la prima volta Carla Accardi, una donna diretta, trasparente nei pensieri e nell’arte. Dipingeva con allegria sfatando la serietà dei professionisti che con lei avevano formato il Gruppo Forma. La nostra divenne una solida amicizia.   Ci incontravamo spessissimo nel desiderio di confrontare le esperienze.   Carla aveva alcune amiche legate al mondo della pittura ma erano poco interessanti, tanto che lei rimarcava i loro scivolamenti e le sollelcitava ad avere più coraggio nello sfatare quel clima culturale dominato dagli uomini sia nell’arte che nella vita.

Permeata dalla mia forte esperienza decisi di riunire alcune amiche in casa mia per affrontare il senso della politica dominante in quegli anni. Contemporaneamente il Partito Radicale assegnò a Massimo Teodori lo svolgimento di un convegno sulle prime riunioni di donne in America nel 1968.   Dopo la relazione ci propose di aggregare donne e uomini intorno a quella che lui definiva ancora “questione femminile”.   Io capii subito che il movimento promosso negli Stati Uniti da Betty Friedan (autrice de “la mistica della femminilità”) sosteneva uno schema molto simile a quello dell’UDI Unione Donne Italiane ed anche alle tante organizzazioni parallele dei diversi Partiti degli uomini. Mi opposi all’operazione dei Radicali. Il loro era un impoverimento del mondo femminile, una tendenza già esaurita. Ci fu un durissimo conflitto tra me e Teodori, il quale furibondo mi invitò a lasciare la riunione.   Risposi “questo me lo possono chiedere solo le donne presenti”. Le tre o quattro donne radicali presenti tra le quali Liliana Ingargiola (che ideo il movimento di liberazione delle donne) sostennero Teodori, ma le altre presenti (molte delle quali erano state condotte lì invitate da me) rifiutarono l’out-out di Teodori e si decise di incontrarci in altra sede. Ottenni di utilizzare la sede della Casa della Cultura in Via del Corso e cominciammo a fare quelle che furono chiamate le Riunioni del Mercoledì.

Eravamo una decina di donne, tutte da me incontrate durante la preparazione del libro La Sfida Femminile. Rosalba Spagnoletti lavorava nella biblioteca dell’UDI (il cui accesso era sottoposto ad uno stretto controllo delle comuniste, tanto è vero che Rosalba mi incontrava fuori per consegnarmi copia delle indagini statistiche sugli aborti detti “bianchi” cioè causati dagli insani ambienti del lavoro delle operaie),   Antonia Carosella, Anna Giulia Fani (molto comunista)   Giuliana Meagrossi (incontrata alla Facoltà di diritto penale e criminologia poi divenuta Direttrice del Carcere di Rebibbia), qualche volta veniva anche Carla Accardi. Anche Gabriella Parca venne tre o quattro volte alle riunioni, ma era impegnata nella battaglia divorzista e stava preparando un libro su “I separati”.  

Carla Accardi convinse Carla Lonzi che era appena tornata dall’America a partecipare ai nostri incontri e fu un incontro importante. All’inizio Carla Lonzi era convalescente da un intervento operatorio ed era quindi molto silenziosa.

Piano piano prendemmo confidenza tra noi ed eravamo incontrollabili.

I nostri temi inquadravano confusamente la storia, le cornici della politica corrente, le tensioni tra i diversi Partiti, i fraintendimenti con gli uomini, le frattura tra la vita ed i nostri desideri. Fu il crollo di una diga. Ci radunavamo sempre più spesso e si parlava senza tregua.

Io iniziai a prendere appunti selezionando le considerazioni più appropriate ed aderenti alle nostre valutazioni e proposi di stilare un nostro manifesto.   Ognuna portava proprie considerazioni che venivano discusse animatamente. Per esempio Carla Accardi era curiosissima e convinta dell’incomunicabilità tra uomini e donne, criticava il prestigio che gli uomini si erano assicurati attraverso l’arte, mentre li trovava carenti su tutti gli altri piani della vita.   Mano a mano che l’effervescenza ci caricava di fantasia ci venivano in mente degli spunti nuovi; c’era chi selezionava i pregiudizi rintracciati nel corso delle lettura dei testi letterari universitari, altre si soffermavano sul codice penale e sulla sua criminosità storica. Insomma era una fragorosa esplosione di interrogativi, di riflessioni e di sbeffeggiamenti delle filosofie e delle religioni. Fu demolizione di tanti falsi significati.

 La vita del Gruppo romano di Rivolta si differenziò da quello milanese riorganizzato da Carla Lonzi nel 1972 proprio perché il senso del nostro stare insieme, del riflettere non poteva prescindere dalle persone che lo componevano.

La vivacità delle giovani partecipanti modificò persino il modo di stare in riunione tanto che – dopo averli letti e fortemente criticati – avevamo escluso che i i testi di Simon De Bouvoir (Il secondo sesso) o di Betty Friedan o di Evelyn Sullerot   potessero suggerirci qualcosa di nuovo. Mentre i gruppi di donne che si composero successivamente adottarono sistemi di ordine psicoanalitico, confessioni paralizzanti; era un modo di precipitare nel passato, un avventurarsi nel buio.

Io non mi riconoscevo neppure nell’autocoscienza che considero un processo mentale di matrice maschile derivato dalla mancata coincidenza del sé con sé, il sintomo doloroso della frigidità fisica e dell’astinenza affettiva; storia di un corpo screditato che riceveva stimoli ma non poteva darsi risposte.- Strumento costitutivo della rigidità! Era un modo di buttare fuori Hegel dalla finestra e farlo rientrare dalla porta, considerato che egli era il fondatore ideologico dell’autocoscienza.

La mia dimensione è costituita dallo stare dentro il corpo alimentandomi soprattutto del piacere delle sensazioni, dell’Orgasmo e del suo contenuto culturale.

Ma non mi sono riconosciuta neppure nella frase “ della grande umiliazione che gli uomini ci hanno inflitto consideriamo responsabili i sistematici del pensiero” Io ritengo invece che quei pensieri umilino gli uomini e noi donne!   Io ritenevo che quella frase indebolisse l’attacco da noi sferrato alla tradizione

 

 

Negli anni che sono trascorsi da allora io sono intervenuta in tanti momenti della vita sociale e politica senza chiedere autorizzazioni per esprimere il mio punto di vista. Mi considerano intemperante, ma io mi ispiro al patrimonio della Sessualità la quale fornisce immediatezza nelle sensazioni, nelle emozioni che non possono essere diaframmate con altro, altrimenti il corpo si indebolisce.   Fra il gesto e la parola ci dev’essere una concomitanza e perciò dò sempre valore agli affetti ed ai significati ormonali del Corpo. Se ho una grande tensione, un grande dolore, un piacere io lo manifesto e non lascio intercorrere il tempo tra lo spazio necessario alla riflessione e la necessità di esprimermi: quindi agisco. E’ un comportamento sano, una tendenza della fisiologia.

Noi donne veniamo invece abituate a trasferire ad altro momento i nostri significati; ci forzano ad un continuo rinvio in una terra di nessuno dove mai realizzeremo noi stesse.

Una pressione esercitata tuttora perché lo svilimento fatto contro le femministe propone appunto quell’osceno ripetuto tentativo di sostituire ancora una volta la nostra parola. Pensate a quante scemenze hanno detto e scritto gli uomini.

Ma noi abbiamo parlato ed è inutile che si cerchi di spostare nel tempo i nostri significati. Il Femminismo è un riattraversamento del mondo per restituire importanza all’intreccio vitale tra Femminile e Maschile.

Ripetutamente, ogni anno, i Congressi internazionali di Ginecologia ci segnalano che il 75-80 per cento delle donne “soffre di anorgasmia”. Fatto di gravità assoluta che fa passare per patologia femminile un fatto che deriva dal comportamento inadeguato o meglio brutale degli uomini, i quali ignorano totalmente le qualità ed i processi fisiologici del corpo delle donne, a ciò assuefatti dalla pratica dello stupro nella prostituzione.

Ecco perché la nostra attenzione ai processi rimossi del nostro corpo deve uscire da quella dimensione riduttiva che le hanno assegnato sia la medicina che la cultura. Fino a questo momento i dinamismi del corpo sono stati tenuti in pugno da religiosi che per ascendere al divino negano la sessualità considerata tendenza demoniaca. La fisiologia è stata inoltre maltrattata dagli psicologi che hanno frainteso ogni aspetto della Sessualità, sostituendo

i discorsi individuali con degli arcani misteri cui ognuno di noi dovrebbe riferirsi, invece che risalire a se stesso ed a chi gli vive accanto.   La teoria psicoanalitica è una lettura della “patologia dello sviluppo” e non della completezza sessuale dei corpi; è proiezione dell’assolutismo maschile e del mancato intreccio, dell’osmosi tra donne e uomini.

 

Nel parlare di sessualità si assumono atteggiamenti subdoli, sghignazzi pietosi. Perché si parla apertamente del funzionamento del cervello del fegato dello stomaco e quando ci si deve riferire agli organi genitali ed alla sessualità si adotta la volgarità, e si censura il valore dell’orgasmo?

Io dico che la Sessualità è Conoscenza e che la Conoscenza è Sessualità!

Ed affermo che l’Orgasmo partecipato è il più alto sentimento della persona, il più profondo dei legami.

 

Elvira Banotti

APPENDICE :

     su una ragazza speciale STORIA DI ELVIRA BANOTTI                          

Elvira Banotti nasce ad Asmara il 17 luglio 1933, secondogenita di 3 fratelli e due sorelle.

L’eritrea era un territorio metropolitano dell’italia ove dopo il 1935 il fascismo ha dilagato.

Nella colonia ( prima dell’avvento del fascismo c’era una convivenza tra i veri coloni arrivati dopo il 900 e gli eritrei ( il nonno materno sposò una eritrea nel 1928) mentre, con i nuovi arrivi di coloni c’erano anche autentici rappresentanti delle squadracce fasciste o delinquenti che aproffitavano della situazione . Asmara in poco tempo, come tutti i nuovi insediamenti subì anche fra residenti, una buona consistente presenza di elementi prepotenti che sotto le vesti del fascio eseguivano prepotenze sia sui cittadini autoctoni che sui cittadini italiani .

Gli eritrei facevano una differenza fra i “ vecchi coloniali “ e “ quelli del 35 “.

Per queste vicende la famiglia Banotti nel 1937 si trasferì ad Adi Ugri , cittadina più tranquilla e vivibile.

Qui i genitori di Elvira poterono frequentare ambienti vari , compresa la villa del conte De Reggie , governatore della regione Seraè , di cui Adi Ugri era il capoluogo.

Malgrado ciò vi furono episodi di scontri tra Alessandro, padre di Elvira con miliziani ( uno disarcionato dal cavallo, un altro disarmato ). Fortuna volle che l’ambiente era piccolo e Alessandro Banotti era conosciuto per la sua mitezza per cui il comandante dei carabinieri lo rilasciava subito.

Elvira ha frequentato la scuola presso le suore insieme ai fratelli, Giovanni Battista , Silvia, Archimede.

Il tenore di vita della famiglia Banotti consentiva ai fratelli, che giocavano in una villa con un grande giardino con animali e numerose piante da frutta. Elvira e i suo fratelli andavano a scuola di pianoforte, da un insegnante soprano.

Elvira eccelleva fra i fratelli ed altri bambini ( la sua abilità l’ha mantenuta fino ai giorni nostri) ; eseguiva concerti con successo fino a 14 anni e poi si esibiva alla scuola cantorum..

Alla nascità del fratello Feliciano , Elvira espresse il desiderio sul nome trovato in un romanzo; la mamma accettò il nome perché il bisnonno per coincidenza si chiamava Feliciano.

Elvira continuò il suo affetto verso Feliciano negli anni fino ai giorni nostri ( c’e un biglietto di auguri di natali con scritto “ al fratello più ricco “ ( si riferiva al fatto che Feliciano ha tre figli ai quali Elvira era legata)

Nel 1948 la famiglia a causa dei terroristi dell’epoca , chiamati scifta, al soldo del governo inglese ( uccisero migliaia di coloni italiani, difesi anche dai cittadini eritrei) ha preferì trasferirsi di nuovo ad Asmara, luogo più difeso dai terroristi ; Alessandro sfuggì ad un imboscata tesagli nella propria azienda di legnami perché fu avvertito dagli abitanti del villaggio; l’azienda fu incendiata.

Ad Asmara, a causa della situazione economica generale la famiglia ebbe un brutto periodo ;Elvira fu costretta a smettere lo studio del pianoforte cominciò a lavorare ; lavorò presso una sarta (imparò così bene che organizzò sfilate di moda con propri modelli al circolo Juventus di Addis Abeba nel 1962/64) ; successivamente lavorò presso l’istituto Sierovaccinogeno di Asmara ed imparò la stenodattilografia ( era la più veloce e non aveva rivali ).

Nel 1952 Elvira partecipò e vinse un concorso presso il consolato generale d’Italia               ( ovviamente senza raccomandazioni ) ; In un ambiente piccolo le pressioni per l’assunzione di altre concorrenti erano fortissime ; in poco tempo Elvira imparò la legislazione e fece davvero gli interessi dei cittadini italiani occupandosi di pratiche di successioni riconoscimento di paternità ; si riportano le sue affermazioni tratto dal suo libricino una ragazza speciale : “ mi dedicai a trovare una soluzione giuridica per i figli considerati illegittimi perchè nati da madri etiopiche e padri italiani. Di questo fatto sono molto orgogliosa perché aprii una strada umana e sociale alla attribuzione dei cognomi a bambini squalificati da quella presunta grande civiltà occidentale che impediva il riconoscimento dei propri figli comunque nati “ .

Si può aggiungere che in quegli anni molti erano emigrati ed erano rimasti sia a causa della guerra o del dopoguerra dimenticandosi di mogli e figli in Italia.

Malgrado la giovane età ( 22 anni) il console generale dottor De Clementi, pur avendo nel consolato ad Asmara persone di carriera e navigati preferì inviare, nelle facenti funzioni di viceconsole a Massaua Elvira ; nella cittadina marina Elvira si occupò delle cose più svariate come inumazioni, pratiche di sbarco, passaporti, riconoscimenti.

All’arrivo del viceconsole tornò ad Asmara.

Ovviamente si occupò come membro del CUA ( circolo universitario di Asmara) di organizzare feste mascherate, rappresentazioni teatrali ; fece in modo di fare ascoltare alla platea musica operistica quali La Boheme, I Pagliacci, Rigoletto, consentendo agli ascoltatori di seguire le parole della rappresentazione ( sono rimasti i suo libretti dattiloscritti, ciclostilati ; a quel tempo non esisteva la fotocopiatrice)

Elvira, avendo interrotto gli studi per aiutare la famiglia riprese privatamente gli studi e dopo il diploma e si iscrisse alla facoltà di giurispudenza presso l’università Comboni di Asmara.Elvirà e la famiglia a causa del suo modo di fare subirono il tentativo di ostracismo negli ambienti bene, ma continuò ; si impegnò nel tennis ma soprattutto nella pallacanestro diventando la campionessa del gruppo Asmara ; memorabili son stati i match con la squadra femminile del Kagnew Station (mogli del personale militare della base militare statunitense ).

Elvirà chiese il trasferimento ad Addis Abeba ove continuò a lavorare facendo ovviamente gli interessi dei cittadini italiani scontrandosi spesso con il console sempre ammalato e l’ambasciatore, un nobile presuntuoso che le impedì l’accesso all’ambasciata quale funzionario, dirottandola al consolato di Addis Abeba ; Elvirà lo ripagò con le famose sfilate di moda al circolo Juventus di Addis Abeba invitando le mogli di ambasciatori dei maggiori paesi esteri ; il risultato era che Elvira riceveva inviti personali dalle ambasciatrici e l’ambasciatore Italiano se la ritrovava elegantissima con fogge uniche l’italiana di sangue misto sgradita al nobile l’ambasciatore .

Elvira amava andare ai mercato indigeno ; i commercianti sapevano che faceva portare i tessuti dagli scaffali al banco ma che avrebbe comprato.

Rientrata in Italia ( dal teritorio d’oltremare) presso il ministero degli esteri fu distaccata all’ufficio studi, ove si occupava di eseguire lo stralcio dei giornali del giorno da esibire alla segreteria del ministro.

La storia seguente è nota ; Elvira giunta in Italia nel1964,cominiciò a occuparsi del mondo femminile e fece findagini serie sull’aborto in Italia e pubblico un saggio sull’aborto con titolo “ LA SFIDA FEMMINILE “ che divenne u un testo di studio statistico e sociale sull’argomento aborto.

Cominciò a frequentare le donne che si riconoscevano nei movimenti di contestazione del 68 contestando anche i giovani di sinistra e comunisti partecipando alla costituzione dei movimenti femminili autonomi fino a sfociare alla costituzione del movimento indipendente “rivolta femminile “ alla quale parteciparono numerose donne dove però Elvira Banotti ebbe un ruolo preponderante alla stesura del testo denominato “MANIFESTO DI RIVOLTA   FEMMINILE.

( Nel leggere il testo “ Maniifesto di rivolta femminile “ si evidenzia la differenza dei linguaggi di provenienza di Elvira Banotti rispetto alle altre due a cui Elvira aveva graziosamente offerto la partecipazione alla stesura del manifesto. Però da un attento esame eseguito da filologi e linguisti contemporanei si evince la maternità e lo spessore della maggior parte degli articoli citati nel manifesto medesimo)

Per la cronaca le altre due donne abiurarono per motivi di carriera il femminismo