EPISODIO dal libro di PANSA  ” La repubblica di Barbapapà “

EPISODIO dal libro di PANSA ” La repubblica di Barbapapà “

8 Febbraio 2019 0 Di Feliciano Banotti

CAPITOLO 18 Molestie in redazione

«Nel giornale di Scalfari lavorano molte donne. Sono tutte brave e quasi sempre anche molto belle. Così non manca chi approfitta della situazione.» Nei quotidiani girava questo gossip, un pettegolezzo non del tutto in­ fondato.
Alla fine del 1977 Barbapapà poteva contare su una redazione di 96 giornalisti e di loro 19 erano donne.
Visto con l’occhio di oggi, il rapporto maschi-femmine
risultava ancora assai squilibrato. Ma negli anni succes­sivi sarebbe stato corretto con l’assunzione di parecchie colleghe, spesso giovani.
Per decenni, i quotidiani erano stati luoghi di lavoro soltanto maschili. Quando entrai alla “Stampa”, alla fine del dicembre 1960, le donne che trovai erano appena due. Una, Gabriella Poli, aveva un incarico molto delicato: era la vice del capocronista, ossia la spalla di Ferruccio Borio, l’inflessibile dittatore della cronaca cittadina.
Gabriella era stata assunta nel1955, a 25 anni. Ve­ niva dal “Sempre Avanti!”, il quotidiano socialista to­ rinese. Al momento di arruolarla, Giulio De Benedetti, il direttore, le disse: «La redazione è tutta di maschi, lei sarà la prima femmina. Non conosco se sia brava o no. Comunque la metterò alla prova. Se la prova fallirà, non le resterà che dimettersi».
La prova andò bene e Gabriella rimase alla “Stam­pa” . Nel giorno che la conobbi aveva trent’anni. Era una signora piccoletta, magra, con un carattere molto tosto.
Quando mi capitò di scrivere qualche servizio per la cronaca cittadina, mi accorsi subito che aveva il piglio

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del comandante. In grado di far rigare diritto un settore che, a parte lei, era ancora per intero maschile.
L’altra collega di quei giorni alla “Stampa” era Bona e alterocca che si occupava della terza pagina, sotto la supervisione di Casalegno. Non conosco che età aves­se, né se fosse una signorina o una signora, ma era di bell’aspetto, molto in carne e amabile, sempre sorriden­ te. Con l’aria di confidarmi un segreto, un collega mi disse che Cesare Pavese, lo scrittore morto suicida nel 1950, si era innamorato di lei. Ma nessuno fu in grado di rivelarmi se fosse stata una passione corrisposta.
Molte delle giornaliste che in seguito avrei incontrato a “Repubblica” erano donne di carattere, a cominciare da Miriam Mafai, comunista e compagna di Giancar­lo Pajetta. Aveva un fascino speciale, anche per il suo modo di atteggiarsi: molto spiccio, volitivo, ottimista, abituata a una franchezza estrema. Ho ancora nella memoria la sua risata squillante, in grado di smontare qualsiasi contrasto o di mandare al tappeto chi si com­ portava da bullo un po’ trombone.
Non c’era nulla che potesse metterla in difficoltà, anche perché veniva da una storia importante. Figlia di
un grande pittore della scuola romana, Mario Mafai, e della pittrice Antonietta Raphael, era stata una giova­nissima funzionaria del Pci. Poi era passata a scrivere nei giornali del partito e aveva diretto “Noi donne”, il settimanale dell’Unione donne italiane. Nel1970 era entrata a “Paese sera” come inviato speciale ed editoria­ lista. Infine Scalfari l’aveva voluta nel gruppo fondatore di “Repubblica”
All’inizio degli anni Sessanta incontrò Pajetta un di­rigente comunista aveva quindici anni più di lei e un carattere indomabile. Era un politico dissacrante, ama­tissimo dalla base comunista e odiato dagli avversari. Neppure i segretari del Pci erano capaci di tenerlo a freno. Qualche volta ci riusciva Miriam.

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Lo portò a vivere in un appartamento che non sembrava lussuoso. In realtà era una casa borghese, dove spiccavano i quadri del padre di Miriam. Quando Pajetta morì, nel settembre 1990, scoprimmo che si era riservato una stanzetta con un piccolo letto. Un posto da collegiale o da detenuto, come era.stato per anni nelle carceri fasciste.
Nel1976 “la Mafai”, come veniva chiamata con rispetto dai redattori più giovani, aveva cinquant’anni,
ma l’energia e l’esuberanza intellettuale di una trenten­ne. Conosceva bene il suo genere e non si nascondeva dietro gli slogan del femminismo fondamentalista. Se un giovanotto e una ragazza combinavano un pastic­cio, non si limitava ad attribuirne la colpa soltanto al maschio.
Quando vide che in piazza Indipendenza arrivavano
altre giornaliste, giovani e aggressive, mi disse: «Caro Giampaolo, tu e Gianni Rocca siete i vicedirettori di Eugenio. Dunque avete l’obbligo di essere molto atten­ti, anche più di lui che ha mille cose da fare. Mettere la paglia accanto al fuoco è sempre rischioso…».
Le domandai di spiegarsi meglio. E Miriam mi rispo­se con schiettezza: «Ci sono settori del giornale, come la cronaca di Roma, dove circolano parecchie ragazze che sperano di essere assunte. So che per voi sono “le bion­dine”, una parola maschilista di cui dovreste vergognar­vi. Alcune di loro sono pronte a tutto. Altre non sono disposte a nulla. Prima o poi accadrà qualche guaio. E voi della direzione sarete costretti a prendere decisioni sgradevoli».
Miriam aveva visto giusto. E il suo allarme si rivelò una profezia molto fondata.
Il guaio emerse alla metà del 1988, quando “Repub­blica” era già il primo quotidiano italiano. Un giorno, tra le “biondine” comparve una biondissima. Era una ragazza dalla bellezza prorompente, con un fisico da mozzare il fiato. Voleva fare la giornalista e aveva tro­vato l’ingresso della redazione grazie a una parentela
importante. Un nonno della fanciulla era un big della finanza italia­na, vecchio amico di Scalfari. Di fatto la nipote risulta­
va una raccomandata, sia pure del genere volonteroso. Disposta a imparare sin dall’inizio una professione che
contava di fare con serietà, cominciando da qualche collaborazione alla cronaca di Roma. Vale a dire scri­vendo piccoli articoli che potevano essere richiesti dal responsabile del servizio.
Tutto normale, dunque. Tranne un dettaglio. Un suo capo era un tipo al quale piacevano le ragazze. E la biondissima lo intrigò subito. Come aveva previsto Miriam, la paglia incontrò il fuoco. n capo cominciò a corteggiare la ragazza in modo sempre più pressante. Un pasticcio prese forma nella versione più tradizionale: lui che premeva, lei che si negava.
Il capocronista doveva aver perso la testa. Senza te­ner conto della resistenza della biondissima, commise l’errore di tampinarla anche quando stava a casa. La cercava al telefono, la supplicava di incontrarsi in priva­to, le proclamava il suo amore più totale. La ragazza gli spiegò che non intendeva prenderlo in nota. Lo pregò di non cercarla più. E di lasciarla in pace quando si presentava al lavoro.
Fu inutile. Lui seguitò a tormentarla. A quel pun­to la biondissima si decise a registrare le sue telefonate bollenti e le portò al nonno perché si rendesse conto di quanto le stava accadendo. Molto seccato, il supernonno chiamò Scalfari e gli chiese di ascoltare le bobine delle intercettazioni. E alla fine gli domandò che cosa intendeva fare in difesa della nipote.
Eugenio non perse tempo. Chiamò nella sua stanza Gianni e me, ci spiegò che eravamo alle prese con caso sgradevole di molestie sessuali dentro il di “Repubblica” e ci chiese come pensavamo di reagire. n parere di Rocca e mio fu identico: le
tefonate erano troppo pesanti, quel capocronista andava licenziato su due piedi.
Scalfari traccheggiò. Prima di decidere, intendeva svolgere una rapida istruttoria. Interrogò il vice del capo molestatore e qualche collega, comprese un paio di ragazze. Poi emise la sentenza. Unlicenziamento gli ap­pariva una misura estrema ed Eugenio, per carattere e abitudine, non voleva sbattere sulla strada nessuno. La misura più equa era invitare il pasticcione a continuare le ferie che stava già facendo. AI suo rientro sarebbe stato destinato a un altro incarico.
La storia sembrò concludersi in quel modo. Con una destituzione sul campo, mascherata da un normale av­vicendamento. Come può accadere in posti di grande responsabilità e di lavoro stressante che spesso logora­ no anche i professionisti più solidi.
Tutto sembrava quietato quando successe il finimon­do che nessuno si aspettava. La mattina di venerdì 4 ottobre 1988, ilsegretario di redazione, Rolando Mon­tesperelli, entrò nella stanza di Eugenio e Io interrup­pe mentre stava parlando con Rocca e me. IL segretario appariva molto agitato e disse al direttore:
<<Davantiall'ingresso del giornale ci sono le femministe del Buon Pastore. Stanno distribuendo un volantino sul caso di molestie accaduto in casa nostra!».
Montesperelli, da noi chiamato con affetto "il Bi­dello", porse a Scalfari uno dei volantini. n direttore
Io visionò con rapidità, poi disse: «Agitarsi è inutile. I volantini prendiamoli tutti noi e la faccenda si chiuderà
lì…».
Il Bidello scosse la testa, affranto: <<Direttore, la fac­cenda è ben più seria. Quel gruppo femminista sta volantinando anche davanti alla Rai e agli ingressi degli altri giornali romani. Non ha senso fare il giro delle redazioni e prenderei i volantini. Sarebbe una fatica inutile».
Eugenio chiese a un redattore di scendere in piazza Indipendenza per accertarsi di quale gruppo si trat­tasse.Messo ci portò notizie pessime. n nucleo che volantinava apparteneva al Comitato femminile per la trasformazione della giustizia. Dietro quella sigla quasi burocratica c'era una donna capace di essere un'avver­saria davvero tosta. Si chiamava Elvira Banotti, 55 anni, nata all'Asmara, in Eritrea, una femminista battagliera come poche.
Le donne del suo gruppo venivano chiamate "quel- ' le della fascia rossa", perché quando scendevano nelle strade a manifestare portavano sulla fronte un nastro vermiglio. Ricordavano i khmer rossi di Pot Pot, i guer­riglieri comunisti che a metà degli anni Settanta aveva­ no occupato la Cambogia, instaurando una dittatura tra le più feroci.
Per nostra fortuna le ragazze dell'Elvira erano me­ no sanguinarie. Non intendevano accoppare nessuno. Dalla loro sede di via del Governo Vecchio, il Buon Pastore, si limitavano a mandare al tappeto i maschi. Soprattutto quando si trattava di personaggi della sini­strà. Considerati maschilisti ipocriti, da inseguirè con l'accusa di non comportarsi da stalloni a letto, come si vantavano di saper fare.
Nel volantino distribuito il4 ottobre, la signora Ba­ notti ricostruiva a modo suo il caso accaduto a "Re­ pubblica": ilcaposervizio "era stato sospeso per cinque mesi dall'incarico per avere esercitato molestie 'virili' verso una giovane giornalista. La molestia consisteva nel pretendere prestazioni sessuali in cambio della pos­sibilità di scrivere".
nproclama dell'Elvira ci informava in modo generico anche di episodi che non conoscevamo, veri o falsi che fossero: "Dieci giorni fa, durante una riunione di redazione in un'altra testata romana, alcune giornali­ ste hanno raccontato di aver subito analoghe pressioni che hanno causato l'abbandono del posto di lavoro. A
'Repubblica' la prolungata omertà della direzione del giornale è stata infranta solo per il fatto che la persona molestata era la parente di un uomo importante"
La conclusione del volantino sosteneva che il caso di molestie avvenuto in piazza Indipendenza non era per niente isolato: "È la prima volta che il pesante clima creato in tutti i mass media, dalla Rai alla stampa, infe­ standoli, affiora e viene penalizzato, anche se soltanto per ossequio al potere" Ossia in omaggio al nonno del­ la biondissima.

Il giorno successivo, sabato 5 ottobre, l'affare del volan­tino stava su molti giornali, insieme alla storia di mole­ stie all'origine della faccenda. "Repubblica" fece scena muta, nel senso che si guardò bene dal parlarne. Non rammento quale sia stato il consiglio di Rocca e mio a Eugenio. Ma in casi come quelli Scalfari decideva da solo e si limitava a informarci.
Se la memoria non m'inganna, Barbapapà era mol­to infastidito dalle cronache e dai commenti apparsi su qualche testata. n "Corriere della Sera", in quel mo­mento diretto da Ugo Stille, aveva un articolo intitola­to: Faceva il gallo con le croniste. Denunciato un capo­ redattore troppo galante. "TI Tempo" di Roma strillava:
Se vuoi scrivere… Femministe contro un giornalista. " Il Giorno" pubblicò in prima pagina un commento di
Adele Cambria, con un titolo beffardo: Il caporedattore non è di legno.
Il 6 ottobre, una giornalista dell'"Unità", Marcella Ciarnelli, registrò la difesa del molestatore. Lui disse:

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«Non è vero che sia stato messo in ferie per cinque me­ si. Sono andato in vacanza il 6 settembre e mi accingo a ritornare al giornale. Ho avuto un altro incarico, ma soltanto per un avvicendamento naturale dopo sei anni. Comunque smentisco tutto. È evidente che qualcuno sta pescando nel torbido per colpire me e "Repubbli­ca" A questo può far comodo che io venga messo da
parte».
<>.Molestie femminili?
Qualcuno a “Repubblica” si mi­ se a ridacchiare. Scalfari aveva un diavolo per capello. Rocca e io pensavamo che quel collega poteva anche non essere un vero molestatore, ma di sicuro si difen­ deva male, molto male.
Comunque, il volantino dell’Elvira Banotti apri un dibattito su quello che un titolista spiritoso chiamò il “Fronte del porco” Ossia sulla diffusione delle mole­ stie e dei ricatti sessuali nei luoghi di lavoro. Ci fu chi protestò contro il linciaggio del giornalista attraverso il proclama delle femministe con la banda rossa, affisso in molte redazioni romane. Ma si lessero anche giudizi severi sul silenzio delle redattrici di “Repubblica”.
n 14 ottobre 1988, sul “manifesto”, in una delle sue noterelle spiacevoli, Rossana Rossanda scrisse:

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” Non apprezzo le donne che tacciono, esponendo al ricatto se stesse e le altre. Non apprezzo le giornaliste di ‘Re­ pubblica’ avvolte in un manto di silenzio da cui filtrano le chiacchiere… Prendiamoci la responsabilità di difen­ derci

NOTA DI FELICIANO BANOTTI
Elvira Banotti fece la dneuncia alla procura della repubblica di Roma per molestie subite in redazione. Ovviamente il fatto non era accaduto per Scalfari e soprattutto per i magistrati.
Con questo episodio nel libro ” la repubblica di Barbapapa ” l’autore conferma il fatto.
Ad Elvira furono chiesti le spese per il processo perchè il fatto non era accaduto-
TIRATE LE CONCLUSIONI